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La Famiglia Marescalchi

marescalchi001Ferdinando (1754-1816) è figlio di Vincenzo e della nobildonna romana Margarita Paracciani. Senatore dal 1775, sposa quattro anni dopo, Maria Ginevra Pepoli; nominato ministro da papa Pio VI Braschi, nel 1796 è fra i primi ad accogliere il generale Bonaparte, al suo ingresso a Bologna e, ben presto, fa carriera in seno all'amministrazione napoleonica. Ricopre alti incarichi diplomatici alla corte di Vienna, a Chambery, Ginevra e Lione, e, dopo aver collaborato, con il concittadino Antonio Aldini e con Francesco Melzi d'Eril, alla stesura della Costituzione della Repubblica Italiana, nel 1802, è nominato ministro delle relazioni estere, dapprima della Repubblica Italiana e poi del Regno d'Italia, e si trasferisce a Parigi.

Per 6000 franchi annui d'affitto, fissa la propria residenza di rue de l'Union n.9, nei pressi degli Champs Elisée, in un edificio costruito fra il 1777 ed il 1784 dall'architetto Le Boursier per l'amministratore delle poste di Parigi, Philibert Troux. Nel 1788 l'immobile è acquistato da Emmanuel Duplessis de Richelieu, nipote del duca-maresciallo, ma, durante la Rivoluzione, il nobile abbandona la Francia, ed il palazzo; confiscato, diventa "bien national".

Marescalchi, uomo di grande cultura e di tradizione cosmopolita, vi dà grandi ricevimenti e feste mascherate che, per il gusto squisito e per l'originalità, piacciono molto all'alta società parigina (le "jolie fetes" dell'aimable comte sono ricordate da Stendhal di passaggio a Bologna nel 1817) ma non altrettanto all'imperatore che, in una lettera, giudica eccessivi "l'amour d'un lache repos et les delices d'une grande ville". Le due sale da ballo smontabili in legno ammirate per la fantasia decorativa, unita al rigore del disegno, allestite dall'architetto Mandona, sono giocattoli di lusso apprezzati dai numerosissimi invitati (ad una festa partecipano 1380 persone!), mentre Napoleone le definisce, drasticamente, soltanto dei "costosi, orribili pasticci". Per il pericolo d'incendio, sono distrutte nel 1810, anno in cui, il primo luglio, avviene un evento funesto: l'ambasciatore austriaco Barone Schwarzenberg, per festeggiare le nozze fra Napoleone e Maria Luisa, dà un gran ballo all'ambasciata, ma poiché, i saloni non bastano a contenere i 1500 invitati, prendendo esempio da Marescalchi, fa costruire nel giardino una sala da ballo provvisoria in struttura lignea con pareti di tela dipinta e soffitto in tela catramata. Purtroppo verso le 23.30, una corrente d'aria fa sì che il fuoco di una fiaccola si estenda ai tendaggi, e in nen che non si dica, il salone si trasforma in un rogo, una trappola mortale, dalla quale tutti cercano di fuggire: numerose sono le vittime fra gli illustri invitati, come la cognata dello stesso ambasciatore.

Curiose le vicende successive dell'edificio che, dopo essere appartenuto, nel corso dell'Ottocento, al duca di Massa (donde il nome con cui è conosciuto, Hotel de Massa), all'indomani del primo conflitto mondiale, è ceduto dal nipote del nobiluomo a Bader, direttore delle Galeries Lafayette, e all'impresario immobiliare Levy, che lo smantellano e lo ricostruiscono, pietra su pietra, in Rue du Faubourg de St.Jacques, nel Jardin de l'Observatoire, dove tuttora ospita la "Societé des gens de Lettres".

Protettore di Vincenzo Monti, amico dell'erudito cardinale Giuseppe Mezzofanti, dello storico dell'arte Leopoldo Cicognara, dell'editore Giambattista Bodoni, di Antonio Canova, di Pelagio Palagi, di Francesco Rosaspina e di Giulia Beccaria, madre di Alessandro Manzoni, Ferdinando, nominato conte da Napoleone, ha il momento di gloria nel 1807, quando è invitato a posare per J.L.David, nell'enorme tela (la celebre "Sacre") che riproduce il momento clou della sontuosa cerimonia dell'incoronazione nella Cattedrale di Notre Dame il 2 dicembre 1804.

L'aristocratico bolognese compare anche, fra Napoleone e Talleyrand, nell'imponente "Consulta Cisalpina riunita ai comizi di Lione, il 26 gennaio 1802", dipinta da Nicolas-André Monsiau, ora al Museé du Chateau di Versailles, dove si trova anche un altro suo ritratto ufficiale (si notino la posa convenzionale e le onorificenze, la Legion d'onore e la Corona di ferro), eseguito nel 1813 dal pittore austriaco Ludwig Guttenbrunn.

Da questo momento, però, il suo astro comincia a tramontare, eclissato dal già citato concittadino Antonio Aldini, nominato Segretario del Regno d'Italia. Con il tramonto dell'impero napoleonico, termina la carriera e poi come ministro plenipotenziario dell'imperatore d'Austria nel ducato di Parma, Piacenza e Guastalla e, infine, a Modena.

Prima di dedicarsi alla ricchissima collezione di dipinti (più di 700), raccolta in poco più di un decennio, con la maggior parte degli acquisti fatti fra il 1810 ed il 1814, Marescalchi si propone di valorizzare gli affreschi del palazzo di famiglia, dimostrandosi così particolarmente sensibile ai problemi di tutela e conservazione del patrimonio artistico italiano, tanto più urgenti dopo le spoliazioni a tappeto compiute dai francesi. Con l'incisore Francesco Rosaspina (1762 - 1841), con il quale stringe amicizia nel 1788 (in quell'anno il ventiseienne artista realizza il frontespizio, su disegno di Giambattista Frulli, per la tragedia "Antonio e Cleopatra" composta dal conte), e che, poi, diventerà l'insostituibile consigliere artistico e il vero e proprio curatore della galleria. Il palazzo dall'Armi-Marescalchi, infatti, per i pregevoli affreschi, da quelli della galleria e del cortile (questi ultimi, oggi, scomparsi) di Francesco Brizio, alla "Medea che ringiovanisce Esone", allora attribuito a Pellegrino Tibaldi, cui si assegnavano anche le perdute "Tre Grazie", dall'Aria e Fuoco di Guido Reni alla "Vigilanza" (in realtà, raffigura la "Gelosia") e all'Onore di Ludovico Carracci, era già citato nelle "Pitture di Bologna" (1686) di Malvasia. Le stampe commissionate a Rosaspina ed ai suoi allievi già dal 1807, avrebbero dovuto illustrare un catalogo, di cui il conte scrive il 22 aprile 1809 all'incisore, sollecitandolo perché ormai è "assai vecchio" e lo diventa "ogni giorno di più": non c'è, dunque, "tempo da perdere" per poter "lasciare questo monumento del mio amore delle belle arti alla Patria e alla..famiglia".

P4Il volume, oltre a donare "più lunga vita" ai dipinti, avrebbe dato "gloria alla Patria, merito a voi (al Rosaspina) e lode a me" ma, purtroppo non vede la luce anche se alcune incisioni sono giunte fino a noi. Per quella raffigurante "Medea" (conservata nella Biblioteca Comunale di Reggio Emilia, coll. Davoli, n.31770), Giuseppe Asioli (1783 - 1845), allievo reggiano di Rosaspina, riceve, lo si legge nella sottostante dedica a Ferdinando, il "premio grande curlandese" nel 1811, mentre l'affresco di Pellegrino Tibaldi con le "Tre Grazie", ci è noto grazie all'acquaforte ricavata da Asioli nel 1812 (l'esemplare è conservato alla Biblioteque Nationale de France, Department des Estampes, a Parigi), perché, stando al Gualandi (Guida di Bologna del 1850), staccato dal muro e riportato su tela, è poi "venduto in un paese straniero" e, da allora, se ne sono perse le tracce. L'Aria ed il Fuoco di Guido Reni, invece, erano già stati incisi nel 1798 da Paolo Bernardi, su disegno di Giuseppe Guizzardi (ottiene in quell'anno il premio curlandese) ma le due figure erano ritenute la "Pittura e la Scultura"; l'altra variante eseguita dal Vandergucht le definisce "Libertà ed Uguaglianza". Sempre Asioli, nel 1807, esegue la "Vigilanza", di cui esiste una variante di Carlo Pisarri.

Al tempo stesso, restaura la villa di Tizzano e fa ricostruire, nel podere di famiglia alla Madonna della Neve, a metà della salita che conduce all'Osservanza, la palazzina di Mezzaratta (ora conosciuta impropriamente, come Villa Regazzoni, dal nome degli attuali proprietari). I lavori sono già terminati il 24 giugno 1805, quando, come ricorda la lapide apposta nel loggiato, il conte può ospitarvi Napoleone in visita ufficiale a Bologna. L'imperatore dei francesi resta affascinato dalla splendida vista panoramica sulla città e, forse, l'entusiasmo di Bonaparte contagia Antonio Aldini, che, per non essere inferiore Marescalchi, affida all'architetto Giuseppe Nadi l'incarico di costruire un'imponente villa, una "sorta di tempi laico", proprio alla sommità della collina. Della decorazione degli interni, si occupa, invece, dopo la morte di Ferdinando, il figlio Carlo fra il 1816 ed il 1826, affidandola ad Antonio Basoli.

Il senso civile, l'incoraggiamento delle arti e l'autoglorificazione sono le motivazioni che spingono Marescalchi ad acquistare i primi quadri: in una lettera del 3 settembre 1809, il Ministro menziona una ventina di dipinti che si trovano nella sua residenza parigina, fra i quali spiccano un Correggio (i Quattro Santi si trovano ora al Metropolitan Museum di New York), un Salvatore in gloria, ora ai Musei Vaticani, anch'esso attribuito a Correggio, un Holbein, il "Ritratto di Francesco Savorgnan" di Tiziano (Kingston Lacy, Bankes Collection), una "Madonna col Bambino ed i SS. Romualdo, Pietro, Benedetto e Paolo" di Cima da Conegliano, ora alla Gemaldegalerie di Berlino, ed una "Sacra Famiglia" di Innocenzo da Imola, particolarmente cara a Ferdinando perché era stata proprietà dei Carbonesi, a Bologna, città alla quale il conte intende restituirla.

A partire dai primi mesi del 1812, Marescalchi inizia a spedire i quadri a Bologna e dall'anno seguente cominciano le discussioni sull'allestimento della raccolta: infine, non si sceglie il percorso storico-didattico in base alla cronologia (secondo quanto teorizzato dall'abate Luigi Lanzi, antiquario del granduca di Toscana, nella "Storia pittorica dell'Italia", 1795), bensì la collocazione su criteri estetici e sul gusto personale. L'unica eccezione, in quest'allestimento, nel piano nobile del palazzo, che privilegia la diversità e la varietà pittoresca, riguarda la scuola francese, riunita in una sola stanza, come si evince dall'inventario manoscritto conservato nella già citata collezione Piancastelli nella Biblioteca Comunale di Forlì. La prima camera era dedicata ai ritratti, in tutto 46, mentre le successive raccoglievano dipinti diversi per genere, soggetto, cronologia ed ambito, in modo tale che il visitatore fosse invogliato a proseguire anche perché la galleria, progredendo, cresceva in qualità, poiché i quadri migliori sono sistemati proprio nelle ultime stanze. E' probabile che Marescalchi pensasse di seguire l'esempio del concittadino Giacomo Zambeccari, che aveva affidato, per testamento, nel 1795, la ricca quadreria all'Accademia Clementina, con la clausola che rimanesse nel palazzo di famiglia fino all'estinzione di quest'ultima, ma l'idea di un'istituzione di utilità civica non si realizza. Nel testamento redatto pochi giorni prima della morte, il 19 giugno 1816 (muore il 22 durante un'epidemia di tifo), senza dare riferimento specifico alla raccolta, nomina erede universale il nipote, Napoleone Ferdinando (1812 - 1865), figlio di Carlo, dando, al contempo, prescrizioni dettagliate per garantire il cognome della casata: un'eventuale nipote femmina doveva conservare, anche dopo il matrimonio, il cognome Marescalchi.

marescalchi002Con il crollo dell'impero napoleonico, dopo il rientro in Italia, Ferdinando, apprezzato dall'imperatore d'Austria Francesco I, ottiene, come già detto, la nomina di ministro plenipotenziario per i ducati di Parma, Piacenza e Guastalla, in nome di Maria Luigia, ex imperatrice dei francesi, e, poi, nel maggio del 1815, a Modena. Marescalchi, non ha più i largi mezzi finanziari del passato e non può più incrementare quella collezione che aveva suscitato, per esempio, l'ammirazione di Shelley, Byron e Stendhal, di passaggio a Bologna. Muore di tifo a Modena, nella casa Sabattini nella cosiddetta Rua Grande, sotto la parrocchia di San Vincenzo Martire (Guidicini, Cose Not., I, p. 389; Foglio sepolcrale D 92 n. 8534), il 22 giugno 1816, "amato e stimato dalla primaria nobiltà estera e nazionale", e "compianto da' suoi concittadini e da quanti avevano potuto conoscerlo" (Guidicini, I Riformatori, II, pp. 123 e 124). Trasportato il corpo a Bologna, il 28 giugno il solenne ufficio funebre si tiene in San Salvatore (Guidicini, Diario, IV, p. 31), sotto la cui giurisdizione si trova il palazzo di famiglia.

Il figlio Carlo, alla morte del padre, ne avvia, infatti, la dispersione, avvalendosi delle sue estese relazioni in tutta l'alta società europea grazie ai suoi incarichi pubblici (era stato ciambellano di Napoleone) e al matrimonio con Angela Caterina Brignole Sale, discendente di una delle più note famiglie aristocratiche genovesi. Acquirenti privilegiati sono gli inglesi che possono di nuovo viaggiare in Italia, dopo i divieti del blocco napoleonico: se il reverendo George Martin pensa di trasferire, eventualmente, la collezione a Londra in vista della vendita pubblica, due noti collezionisti, Sir John Murray e John William Bankes, comprano una serie di dipinti. Quest'ultimo, il 20 gennaio 1820, acquista per 300 lire sterline (o 6900 zecchini bolognesi), "la Venere di Tiziano, la veduta del Canaletto ed il gia ricordato ritratto di Tiziano, ma qualche tempo prima aveva comprato, per 2875 zecchini, pari a 125 sterline, il "Giudizio di Salomone", allora ritenuto di Giorgione ed oggi assegnato a Sebastiano del Piombo: è curioso come Lord Byron, senza sapere dell'acquisto, consigli all'amico, nella lettera inviata da Ravenna il 26 febbraio, di non lasciarsi sfuggire il dipinto, perché una delle madri è "exquisitely beautiful". L'opera è tuttora nella collezione Bankes, a Kingston Lacy.

Per saperne di più:

M. Preti Hamard, Ferdinando Marescalchi (1754 - 1816): un collezionista italiano nella Parigi napoleonica, Bologna